venerdì 16 maggio 2008

Antiche sensazioni……

La prima volta che fidi un nuraghe, ero un bambino e passeggiavo con un dei miei tanti zii per la campagna del mio paese. Me lo trovai davanti e guardandolo chiesi a mio zio - e questo? - questo è un nuraghe…
Avevo la fortuna di abitare in una delle più belle isole del mondo, in una zona in cui i nuraghi quasi li abbiamo in cortile. Guardai ancora quel gigante e, quasi con riverenza gli girai intorno ammirandolo da ogni lato. Indietreggiai finendo il mio giro, ma una parte di me rimase lì, nella sua ombra. Partii poco più che ragazzo ma in tutti questi anni ho sempre avuto il desiderio di tor-narci, ma si sa, le cose fondamentali ti fanno accantonare quelle meno importanti e così il tempo passa, si cresce si mete su famiglia e hai meno tempo per coltivare i tuoi hobby.
Ci sono tornato poco tempo fa, con la mia inseparabile fotocamera, era il tramonto, l’ora che preferisco per i miei scatti; e lui era sempre là, da millenni, ad aspettare qualcuno a cui raccontare le sue storie….. Questa volta mi sono seduto su un sasso godendomi i resti di questa meravigliosa civiltà dei nuragici. Un popolo eccezionale che secondo le ultime scoperte, era pervenuta ad uno sviluppo della civiltà, ad una vita sociale e ad una ricchezza superiore a quella di tutti gli altri popoli costieri del bacino occidentale" così si esprimeva il Patroni in: (Storia Politica d'Italia : La Preistoria pag.509/511). e oltre trent'anni fa, lo studioso Paul Mac Kendrick (accademia Americana di Roma) in: The mute stones speak, asseriva che "Appare chiaro dalle scoperte archeologiche e dai monumenti ancora in piedi come il livello di cultura della Sardegna fosse più avanzato e non il contrario di quello del continente italico" (opera citata/pag. 13 nella trad. italia-na /Longanesi Editore 1976). Il silenzio irreale conciliava una sorta di sogno in cui si rivedevano antichi riti e scene di vita ordinaria… È incredibile come certi luoghi hanno il potere di crearti angoscia o paura, riverenza, rispetto, o risvegliare emozioni sconosciute nascoste nell’inconscio, come succede nell’incanto delle aree nuragiche; o caricarti di energia se ti trovi al centro di un circolo megalitico. La sua magia ti trasporta e pensi a quanta precisione uomini di tempi assai antichi mettessero nella costruzione di pozzi sacri, dove la luna si ricon-giunge alla terra attraverso l’acqua, in particolari date sapientemente previste da quelli che dovevano certamente conoscere formule matematiche, combinazioni astronomiche che permettevano i loro riti propiziatori di fertilità per le donne e virilità per gli uomini. O ancora, costruisse circoli megalitici in similitudine con quelli di Stonehenge…..
È l’imbrunire ormai, riapro il mio obbiettivo con un tempo di posa più lungo, un’ ultimo scatto e mi avvio verso casa, felice di aver colto ancora una volta la voce del popolo che sono le mie radici.

martedì 13 maggio 2008

Dal Bue Marino un altro mondo misterioso



Le grotte del "Bue Marino", prendono il nome dall'appellativo in sardo della foca monaca, il simpatico e raro mammifero che fino agli anni 80 le frequentava. Chissà dov'è finita la foca monaca. Nessuno ha più visto quel muso timido e dolcissimo spuntare dalle acque trasparenti della grande grotta, dove fino a dieci anni fa vivevano le ultime famiglie del placido mammifero. Il bue marino in questo meraviglioso lembo della costa orientale sarda, appartiene ormai ai ricordi di un tempo in cui la vita scorreva in sintonia con la natura. Dicono che le ultime foche sopravvivano qualche miglio a sud, in antri profondi e inaccessibili. Ma forse non ci sono più ed è soltanto la speranza della gente a tenerne vivo il ricordo. Il ricordo di quei cuc-cioli felici e affettuosi che i visitatori della grotta del Bue Marino potevano incontrare facilmente. Bastava una rapida discesa, giù fino alla spiaggia sotterranea, e loro erano lì, per nulla impauriti da una presenza ancora amica. Si lasciavano accarezzare teneramente, sotto gli occhi vigili ma fiduciosi dei genitori. Non è passato tanto tempo, eppure sembra il racconto di un'altra epoca.
Le grotte sono raggiungibili via mare dal porto di "Cala Gonone", con una escursione di circa trenta minuti, grazie ad un moderno servizio di trasporti. Lungo il tragitto marino si ammirano le imponenti falesie calcaree che si tuffano nelle trasparenti e cristalline acque del golfo che colpiscono ed incantano anche il visitatore più distratto, visitatore che resterà estasiato davanti al maestoso ingresso a cui si accede comodamente grazie ad un pontile in legno. L'antro è formato da due diramazioni principali: il ramo Nord ormai fossile perché al suo interno è cessata l'attività carsica ed il ramo Sud ancora attivo grazie allo scorrere di un fiume sotterraneo.
La grotta, sempre meravigliosa ed ora anche più semplice da visitare, è del tutto disabitata. Una vera mecca per gli amanti del mondo sommerso che visitando la località possono ammirare la varietà della sua offerta speleologica che accontenta tutti i gusti dei visitatori più esigenti. Tesori nascosti all'interno delle montagne, fini opere d'arte naturali create in milioni di anni dall'azione corrosiva dell'acqua, sono i meravigliosi spettacoli naturali celati all'interno delle centinaia di grotte presenti nei dintorni di Dorgali e lungo la costa di Cala Gonone.
Nelle sale, una successione ininterrotta di meraviglie mozzafiato, risuonano soltanto il rumore dei passi, gli echi delle voci umane, in uno scenario che aumenta la suggestione ad ogni sguardo. Ricordi, suggestione ed anche mistero, nella grande grotta del Bue Marino. I graffiti, nella parete quasi all'ingresso, raccontano un rituale millenario. Forse una danza, oppure una festa in onore di chissà quale dio.
Il tempo non è bastato a diminuire il fascino di questa grotta straordinaria, dove concrezioni dalle forme incredibili si specchiano in laghetti color smeraldo, dove l'acqua sgorga e scorre senza fare rumore, tra raggi di luce e riflessi che sembrano comporre le immagini di un sogno riflettendosi sulle pareti, tra grovigli inestricabili di stalattiti, disegna immagini dal rosa al giallo, fino al grigio e al bianco intenso.





sabato 10 maggio 2008

Eppure avevamo pari opportunita'.......

Michela Vittoria Brambilla: Nessun ministero... che peccato!!!

ROMA — L’hanno vista arrivare in mattinata col solito piglio di chi sa quello che vuole e ha tutte le intenzioni di andare a prenderselo. Ma dopo 40 minuti di colloquio con il presidente a Palazzo Grazioli, è uscita con la faccia scura, con pochissima voglia di parlare — «Com’è andata? Chiedetelo al premier» — e con una minaccia: «Tanto oggi pomeriggio ritorno... ». Perché Michela Vittoria Brambilla, si sa, è una che non si arrende facilmente. Ed è quella che più di tutti sta facendo impazzire il Cavaliere. Nel colloquio—che raccontano tempestoso visto che lei non è tipo da farsi dire no senza che il no sia pienamente, ma proprio pienamente motivato — Berlusconi ha usato ogni tono, dal suadente al freddo, per spiegarle che quel ruolo che le aveva promesso nei giorni scorsi di vice ministro alla salute, non era più a disposizione.

(Corriere della Sera)

Musica antica...

Nella casa del parroco di un paesino, presso Orìstano,
una straordinaria raccolta di strumenti musicali dell'Isola

La Sardegna presenta una grande ricchezza di musica strumentale dovuta in parte alla presenza di una grande varietà di strumenti, sia autoctoni che importati in differenti epoche, e in parte al fatto che tali strumenti trovano ancora oggi largo impiego in diverse occasioni legate principalmente ai contesti festivi. Le launeddas, il triplice clarinetto di canna tipico della Sardegna meridionale, sono certamente lo strumento più noto e maggiormente rappresentativo dell'isola. Vengono attualmente impiegate in contesti liturgici e paraliturgici (accompagnamento della statua del santo durante le processioni), nell'esecuzione dei balli (la parte del repertorio più importante e rappresentativa) e nell'ac-compagnamento di alcuni canti nello stile campidanese.
la più antica raffigurazione delle Launeddas, originale strumento fonico sardo di canna palustre, è conside-rata un bronzetto nuragico itifallico, VIII--VII secolo avanti Cristo, rinvenuto a Ittiri e conservato nel Museo archeologico di Cagliari, che rappresenta un musicante seduto che ostenta i genitali e soffia dentro uno strumento a fiato di tre canne tenuto con entrambe le mani.

Tra i numerosi strumenti della tradizione musicale sarda si segnalano aerofoni, idiofoni, membranofoni, cordofoni.

  • Aerofoni - "s'ossu 'e barracocco, s'ossu 'e pruna", un piccolo fischietto realizzato con un nocciolo di albicocca o di susina; - "sa chigula", realizzato con un rametto e una foglia di alloro; - "su pipiolu, su sulittu", un flauto costruito con un unico pezzo di canna comune; - "sas benas", una serie di strumenti ad ancia battente utilizzati soprattutto per l'accompagnamento del ballo; - "sas launeddas, sonus de canna", il più noto strumento della musica di tradizione orale della Sardegna; - "su sonette", l'organetto diatonico; - "su sonetteddu a bucca", l'armonica a bocca; - "su sonu", la fisarmonica.
  • Idiofoni - "su triangulu", il triangolo; - "s'affuente", piatto realizzato in ottone o rame sbalzato che viene percorso con una grossa chiave; - "sa trunfa", lo scacciapensieri.
  • Membranofoni - "su tumbarinu de Gavoi", il tamburo di Gavoi, che insieme a "su pipaiolu" e a "su triangulu" formano il complesso caratteristico di questo centro della Barbagia; - "su tumbarinu de cointrotza", tamburo usato solamente nel paese di Aido-maggiore per il Carnevale, durante il quale, insieme al triangolo e alla fisarmo-nica semidiatonica, scandisce il ritmo de "sa cointrotza"; - "su tumbarineddu", tamburo di piccole dimensioni, il corpo è ricavato da un segmento di canna chiuso a un'estremità da una membrana ricavata da intestino di bue essiccato.
  • Cordofoni - "sa serraggia", costruito con una lunga canna sulla quale viene tesa, tramite due piroli, una corda, mentre la cassa di risonanza è realizzata con una vescica di maiale; - "sa chitarra", la chitarra.

È inoltre presente in Sardegna un gran numero di strumenti "minori", impiegati in aree ristrette e in ambiti non professionali prevalentemente per l'accompagnamento al ballo. Tra questi ricordiamo alcuni idiofoni come "su sulittu", "su pipaiolu" e "su pipiolu" (flauti a becco), "sas benas" (clarinetti bicalami), alcuni membranofoni, in particolare tamburi a cilindro con doppia membrana e alcuni idiofoni come "sa trunfa" (scacciapensieri metallico), "su triangulu" e "s'affuente" (un piatto metallico percosso ritmicamente con una chiave). In ambito religioso è bene inoltre ricordare la presenza di diversi suonatori "popolari" d'organo e armonium che accompagnano il canto dei fedeli durante le funzioni liturgiche e paraliturgiche; di campanari che, nei giorni di festa, suonano con una peculiare tecnica esecutiva e che, durante il triduo Pasquale (quando le campane debbono tacere), vengono sostituiti da chi produce suoni con alcuni idiofoni in legno o canna denominati "mattraccas" o "scrocciarrana".

Il sacerdote Don Giovanni Dorè, parroco di Tadasuni, in provincia di Oristano, un paesino di poco più di duecentocinquanta anime. Oltre che alla diffusione della parola di Cristo si è dedicato a far conoscere le origini del linguaggio musicale. Per questa sua passione terrena ha persino rinunciato a parte della sua casa parrocchiale per fare spazio al Museo degli strumenti della musica popolare della Sardegna.
Tra gli arredi poveri, le mensole e le teche artigianalmente allestite, sono conservati oltre quattrocento strumenti, testimonianze di uno straordinario patrimonio culturale e antropologico le cui origini sono antichissime. Don. Giovanni Dorè ha setacciato tutta la Sardegna, ha incontrato soprattutto pastori, gente umile che con materiali poveri e tecniche tramandate oralmente dì padre in figlio hanno realizzato esemplari di strumenti aerofoni, membranofoni, cordofoni e idiofoni.
Quaranta anni di ricerche, una raccolta che racconta tutto quanto è servito al popolo sardo per far musica, dal periodo nuragico sino ai nostri giorni. La famiglia più nutrita è quella degli aerofoni, strumenti a fiato e ad aria, rappresentata dallo zufolo del pastore, di canna palustre e a bocca zeppata; dalle antiche Benas ad ancia semplice e dalle Launeddas a tre canne, Tra gli strumenti a corda, molto originale è la Serraggio, a corda sfregata. Consta di un tubo di canna e di una vescica rigonfia di maiale, che solleva una corda di ottone crudo, tenuta da due piroli di legno. Viene suonata con un archetto di lentisco, teso da una treccia di crine di cavallo. Poi ci sono i tamburi in tante e diverse versioni, con membrane di pelle di cane, d'asino, di capra e di gatto.
Il Trimpanu, o Scorrili o Moliaghe, è un congegno fonico usato dai malviventi per disarcionare i carabinieri a cavallo. Si tratta di un cilindro di sughero rovesciato con una sola base ricoperta da una membrana di pelle di cane magro sulla quale scorre una treccia di crine di cavallo. Uno spago impeciato, che attraversa la membrana dall'esterno verso l'interno, se sfregato con il pollice e l'indice della mano destra produce un suono ruvido e stridente capace di fare innervosire in modo incredibile gli animali, specialmente i cavalli.

Tra gli idiofoni, strumenti a percussione costruiti con materiali capaci di produrre il suono senza l'aiuto di elementi estranei, sono in evidenza gli strumenti della Settimana santa, come la Matracca e la comune bàttola, una banda rettangolare robusta alla quale sono fissati dei battacchi in ferro o in bronzo per provocare un forte strepitio, la Rana 'e cannas e la Taulittas. Quando, con il canto del "Gloria in excelsis Deo" nella funzione del Giovedì santo inizia il periodo di silenzio delle campane, sono questi gli stru-menti che suppliscono validamente al loro suono. La nutrita serie di strumenti fonici viene ancora utilizzata per l'Angelus e per annunciare l'inizio delle sacre funzioni durante il triduo della Settimana santa.

Il premio per chi ha letto fino alla fine.

martedì 6 maggio 2008

Flickr

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lunedì 5 maggio 2008

Cabras - Ipogeo di San Salvatore di Sinis

A pochi chilometri da Cabras si trova San Salvatore, uno villaggio dell'oristanese, la cui chiesetta consacrata al Salvatore, fu costruita nel XVII secolo e attorno si sviluppò il villaggio di "cumbessias", alloggi per i pellegrini che si recavano a San Salvatore per compiere il proprio percorso devozionale. Qui si può ammirare un interessante pozzo sacro ipogeo che presenta tracce di frequentazione già dal Neolitico. Sin da epoche antichissime si evidenzia la sua vocazione cultuale. In età nuragica vi fu scavato un pozzo sacro per il culto delle acque; nel periodo punico l'area fu dedicata a Sid, il dio guaritore; i Romani vi praticarono il culto di Asclepio; in età cristiana, il luogo fu destinato ai riti in onore del Salvatore. L’ attuale architettura risale all'età imperiale romana (IV secolo d.C.). A confermare l’antichità dell’insendiamento umano nel territorio di San Salvatore è intervenuta la scoperta di una statuetta di Dea Madre in marmo riferibile alla cultura di Abealzu-Filigosa (Eneolitico iniziale: 2700-2400 a.C.),

All'ambiente sotterraneo, la cui parte inferiore è interamente scavata nella roccia, mentre quella superiore è realizzata con filari di mattoni e blocchi di tufo intonacato, si accede mediante un ingresso che si apre nel pavimento della chiesa e che immette in una stretta scalinata scavata nella roccia, coperta da un voltino a botte, al termine della quale si apre un corridoio alla fine del quale sono aperte due porte, una di fronte all’altra, per le quali si perviene alle prime due camere. Le prime due stanze (A e B) hanno pianta rettangolare di m. 4,30 x 3,26 ciascuna, coperte ancora esse con volte a botte con lucernario e sul pavimento di ciascuno di essi si apre un pozzetto destinato a raccogliere i residui dei pasti rituali. Lo stretto passaggio fa capo ad un vano circolare, coperto da volta a bacino ed illuminato all’alto, che costituisce il nucleo centrale delle catacombe, comunicando esso con altre due camere laterali terminate da absidi e con altra circolare, che è l’ultima dell’edificio sotterraneo. Si ha una disposizione planimetrica, che ricorda i più antichi edifici cristiani: la struttura è prettamente romana con muratura di laterizi opportunamente collegata con altra di pietrame informe. Nell'ultimo ambiente, infine, si trova il pozzo, fulcro effettivo dell'intera struttura. Le pareti delle diverse camere sono intonacate a stucco lucido, conservante tutt’ora traccia di antiche pitture. Più che pitture sono schizzi, figure eseguite a caso, alcune abilmente, altre con tecnica ed arti infantili. In una parte di una camera absidale sono tracce di un gruppo interessantissimo rappresentante una lotta fra un leone ed un uomo dalle forme erculee. Nelle altre pareti e nell’abside della stessa camera sono schizzate alcune navi, due leoni, un Eros e diverse figure di donne delineate con maestria dal tipo classicamente pagano. Esse vennero eseguite al di là di qualunque preoccupazione mistica e sono di gentile arte, piene di grazia voluttuosa e di vita. Una di esse dalle linee formose, che rievoca la Venus Genitrix, solleva con un mano i veli che le coprono i turgidi seni e le belle forme. Fra questi schizzi e queste figure di donne ricorre spesso un curioso monogramma, costituito dalle lettere RVF, scritto lmento otto volte, in punti e sostanze diverse, sovrapposto o mescolato ad altri elementi, aggiunto a caso e in modo tale da non rientrare in nessun piano ortanico di sistemazione, che significherebbe, "guarisci"), e sono intercalate frasi scritte in greco corsivo, latino (generalmente in corsivo) e perfino arabo (si tratta di iscrizioni del XVI-XVII secolo relative alla fede islamica). la di cui esatta interpretazione potrà portare non lieve luce sulle origini di queste forme pittoriche. Presenti anche pitture databili a diversi periodi e riconducibili sia ai culti pagani (Dea tra le fiere, Proserpina dagli Inferi, Pegaso, Ercole che strozza il leone) sia cristiani (pesce, pavone). Di grande valore storico e culturale, l'ipogeo attesta che il luogo fu frequentato sin dall'epoca nuragica, quindi da Punici e Romani, per divenire infine centro di culto cristiano. Probabilmente utilizzato in origine per il culto salutifero delle acque, il santuario fu poi consacrato, in età punica, a Sid, dio guaritore, mentre in epoca romana fu forse destinato al culto di Asclepio. La continuità fra culti salvifici di diverse civiltà, infine, è avvalorata, oltre che dalla sopravvivenza del pozzo sacro, dalle numerose raffigurazioni pittoriche conservatesi sulle pareti di quasi tutti i vani - con scene di divinità strettamente connesse a riti di liberazione e salvezza. Infine, in posizione opposta rispetto all'ingresso, c'è un ambiente (F) più grande rispetto a tutti gli altri, absidato, coperto a volta su cui si aprono due lucernari. Anche in questo vano vi è un pozzo con acqua sorgiva. Nei vani B ed F sono collocato due rozzi altari per il culto cristiano, ai lati dei quali un grosso bacino nuragico è stato riutilizzato come acquasantiera. Negli anni 1935-38 e 1973-79 l'ipogeo è stato scavato e restaurato a più riprese. Negli anni settanta sono stati rifatti interamente la scala e il pavimento di tutti i vani.

sabato 3 maggio 2008

Nulla di personale ma…chiariamo…


Voglio rispondere alle persone che a seguito del post precedente, mi hanno tempestato di messaggi pvt, accusandomi di essere contro Beppe Grillo. Il sottoscritto, da cittadino che condivide buona parte delle sue idee e battaglie gradirebbe che Beppe Grillo facesse chiarezza sulla questione della presunta invalidità delle firme raccolte il 25 aprile e a rispondere alle affermazioni del prof. Armaroli sul Secolo XIX dell'I maggio. Poiché é in gioco la credibilità sua e della sua azione e Beppe Grillo sa bene che la credibilità è la "conditio sine qua non" per poter agire in Rete. Credo infatti che non sarebbe ammissibile aver chiamato i cittadini a firmare per tre referendum sapendo che quelle firme, sebbene di immenso significato, sarebbero state, ai fini referendari, carta straccia. Tutto qui, nessuna accusa quindi a Beppe Grillo che in questi anni ha sicuramente combattuto battaglie importanti che come già detto condivido pienamente.

venerdì 2 maggio 2008

Ma di chi dobbiamo fidarci?

Di questi tempi non so proprio di chi dobbiamo fidarci…
Da quanto scritto in data 1° maggio 2008 sul Secolo XIX di Genova, dal prof. Paolo Armaro - ex parlamentare di An e professore ordinarlo di Diritto pubblico comparato all'Università di Genova, la raccolta di firme fatta dai “Grillini” sarebbe del tutto inutile. Ma per maggior comprensione leggette l’articolo di Paolo Amaro.

I referendum a salve di Masaniello

Siccome siamo buoni di cuore, la mettiamo così: non abbiamo lì ben capito se Beppe Grillo, novello Pasquino nell'era di Internet, c'è o ci fa. Come, per l'appunto, si dice a Roma. Insomma, ne sia consapevole o no, ha giocato un brutto scherzo da prete a migliaia di creduloni. I quali in ben 135 piazze d'Italia - a cominciare dalla torinese piazza San Carlo, dove si è esibito il Nostro alla presenza di cinquantamila spettatori non paganti, dunque portoghesi - se ne sono stati in fila sotto la canicola di fine aprile. E perché mai? Per sottoscrivere - udite, udite - tre referendum per l'abolizione dei finanziamenti pubblici all'editoria, dell'Ordine dei giornalisti e della legge Gasparri. Il tutto all' insegna, si capisce, di una "libera informazione in un libero Stato".

Peccato che tanta fatica non sia stata coronata da successo, dal momento che l'impagabile Grillo ha bellamente gabbato i suoi sprovveduti ammiratori. Difatti le sullodate firme non valgono un accidente. E, per di più, sono state apposte su fogli con i quali ci si potrebbe incartare il pesce. Sappiamo bene che, così dicendo, corriamo il rischio d’incor¬rere nelle ire di un personaggio che ama a tal punto lo stile sobrio da chiamare "Vaffa day 2" il suo secondo spettacolo torinese dopo il precedente di Bologna. E magari di essere messi alla berlina con l'epiteto di «verme, cameriere e servo», soavi espressioni usate dal Nostro nei confronti dei giornalisti Con l'eccezione, va da sé, di coloro che lo accarezzano per il verso giusto. Ma per nessuna ragione ai mondo intendiamo dismettere i panni del costituzionalista. E, legge di attuazione dei referendum e dell'iniziativa popolare alla mano (la famosa legge 25 maggio 1970, n. 352, approvata allo scopo di permettere agli avversari del divorzio una rivincita per via referendaria), dobbiamo concludere che come turlupinatore dell'opinione pubblica Grillo non è secondo a nessuno. Che ci sia o ci faccia, evidentemente ignora il celebre motto di Abramo Lincoln: «Si può ingannare una persona per tutta la vita, si può ingannare tutti per una volta, ma non si può ingannare tutti per sempre».

Grillo e i suoi adepti - azzardatamente autodefinitisi grillini, e basta cambiare una "i" con una "u" per leggere grullini, cioè toscanamente scarsi di comprendonio - hanno avuto la bella pensata di far firmare i tre referendum su fogli di carta qualsiasi, privi perciò di qualsiasi valore giuridico. E non poteva essere altrimenti, del resto. Difatti Grillo e i suoi cari si sono ben guardati dal presentarsi alla cancelleria della Corte di cassazione al fine di promuovere i tre referendum. Saltato a pie pari con la massima disinvoltura questo primo passaggio, non potevano sperare che ai fogli sui quali apporre le firme i funzionari preposti alle segreterie comunali o alle cancellerie degli uffici giudiziali apponessero il bollo dell'ufficio. E poi l'articolo 31 della predetta legge è chiarissimo. Stabilisce che non può essere depositata richiesta di referendum nell'anno anteriore alla scadenza di una o delle due Camere e nei sei mesi successivi alla data di convocazione dei comizi elettorali per l'elezione di una delle Camere medesime. Disposizioni, queste, che hanno la loro brava spiegazione. La prima parte consegue alla norma in forza della quale non possono svolgersi contemporaneamente elezioni politiche e referendum. Mentre la seconda parte si prefigge lo scopo d’impedire l'accavallarsi della campagna referendaria con quella elettorale. Ciò premesso, facciamoci un po' di conti. Dunque, il decreto presidenziale di convocazione dei comizi elettorali reca la data del 6 febbraio scorso. Perciò la richiesta dei referendum, ossia il deposito delle cinquecentomila firme per ogni referendum, non potrebbe intervenire prima del 6 agosto prossimo. Se si considera che le predette firme vanno raccolte entro tre mesi dalla data del timbro apposto ai fogli dai funzionari di cui sopra, si fa presto a tirare le conclusioni. Se si tolgono tre mesi al 6 agosto, arriviamo al 6 maggio. Prima data utile alla raccolta delle firme, quindi. Sempre che nel frattempo Grillo si attenga alla normativa prevista dalla legge e si faccia parte diligente. I tribuni, dopo tutto, non sono paragonabili ai re assoluti. Non possono infischiarsi dello leggi. E tanto meno avere della democrazia un concetto tale per cui è antidemocratico, e degno di essere messo alla gogna, chi non la pensa come loro. Ben vengano i Masaniello. A patto che prima frequentino un corso serale di diritto costituzionale. E, il che non guasterebbe, di bon ton.

Paolo Armaro - professore ordinarlo di Diritto pubblico comparato all'Università di Genova.

Scusa Beppe, ma se tutto questo é vero, questa volta nonostante l'ammirazione, un vaffanculo (amichevole, s´intende) te lo meriti proprio,

giovedì 1 maggio 2008

Bossi spara le cazzate a casa tua.

Umberto Bossi entra alla Camera mostrando il pungo e digri¬gnando i denti. È l'immagine di chi torna a Roma da vincitore conscio del peso che la sua creatura politica, la Lega Nord, assumerà per l'intera legislatura.
I cronisti chiedono se sarà possibile dialogare con la sinistra. Bossi replica brusco: «Non so cosa vuole. Noi siamo pronti; se vogliono fare gli scontri, io ho 300 mila uomini sempre a disposizione, se vogliono accomodarsi... Mi auguro che la sinistra scelga la via delle riforme, non come l'altra volta che non vollero assolutamente la riforma federale». Parole forti che cozzano con gli inviti alla moderazione verbale che Silvio Berlusconi gli rivolge insistentemente da giorni. Appena l'altra sera il Cavaliere ha definito le armi citate da Bossi «fucili di carta». Ma lui replica laconico: «I fucili sono sempre caldi». Il ritorno del senatur a Montecitorio, per la prima volta come deputato dopo il malore dell' ll marzo 2004. Più tardi Bossi dice la sua sul governo ostentando ottimismo dopo la tensione degli ultimi giorni, senza però rinunciare a qualche battuta agrodolce nei confronti del futuro premier: «Alla fine Berlusconi troverà la soluzione: sono fiducioso, sennò avrei preteso i ministri prima del voto dei presidenti delle Camere, quando avevo il coltello dalla parte del manico». Basta minacce da Bossi! «Ho trecentomila uomini con i fucili caldi da usare contro la sinistra... se non è d'accordo con le riforme...». Queste e ultime sconcertanti, anticostituzionali e deliranti parole pronunciate da Umberto Bossi.

È una vergogna che lo Stato Italiano continui a pagare lo stipendio del senatore che, oltre ad essere volgare e arrogante, continua a minacciare chi non la pensa come lui. E allora le persone, che sono di sinistra e si sentono minacciate continuamente, potrebbero pensare di denunciare Umberto Bossi alla Procura della Repubblica, preposta a difendere gli interessi di tutti i cittadini, anche se Silvio Berlusconi ancora una volta ci dirà che si tratta solo di espressioni colorite ed iperboliche.
Il presidente del consiglio dovrebbe inoltre far fare i test psicologici per verificare la personalità e il carattere dei suoi alleati e non dei magistrati. Dobbiamo ricordare all'illustre Bossi che non è stata la "sinistra" a non volere la riforma federale, bensì il popolo italiano, che ha bocciato la riforma nel 2006, attraverso un referendum sulla devolution democraticamente indetto.
Viene da molte parti l'invito a rispettare il risultato delle elezioni come espressione della volontà popolare; bene anche questa è volontà popolare e se Bossi non la rispetterà sarà lui a doversela vedere con noi, ma si tranquillizzi il senatur, noi ci presenteremo al suo cospetto armati solo delle nostre idee e i sui caldi fucili se l’infili su per il culo.